La mia formula? Rischiare con passione |
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FASHION [20 Febbraio 2004]
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Sei boutique a Palermo, un'offerta che va dal bambino al giovane, dai jeans all'alta moda - e un giro d'affari che continua a crescere - come si fa a non deludere una clientela così particolare come quel la siciliana?- la formula di Federico Giglio: cogliere i desideri e anticiparli.
Conoscete la battuta: la prima generazione fonda l'impresa, la seconda la espande e la terza la distrugge? Beh, dimenticatela per un momento poiché questo è un caso di successo che attraversa felicemente ben quattro generazioni. Giglio non è "la moda a Palermo": è un nome, o meglio un marchio, di fronte al quale si aprono le porte dei più esclusivi atelier del mondo. In effetti il "fenomeno Giglio" potrebbe essere studiato come uno straordinario caso di "brandizzazione" dell'insegna di un negozio.
Il consumatore varca la soglia di una boutique Giglio non perchè vuole acquistare un capo di una determinata griffe, ma perchè è sicuro che alla selezione compiuta a monte da chi presiede il difficile compito di effettuare gli acquisti si può dare fiducia. In effetti accanto ai nomi del più bel prêt à porter italiano e ai più noti stilisti stranieri, le eleganti vetrine di piazza delle Croci propongono capi e accessori che scaturiscono da una ricerca meticolosa e appassionata che vaglia accuratamente tutte le novità a Milano, Parigi, Londra, New York.
La famiglia Giglio è arrivata oggi alla quarta generazione: infatti il primo negozio è stato aperto nel 1920 nel cuore della vecchia città, a Casa Professa, dal bisnonno di Giuseppe e Federico. Verso la fine degli anni Sessanta, la terza generazione, ovvero Michele, prende le redini del comando e decide di spostare la boutique in piazza delle Croci, dove ora si affacciano tutte e sei le insegne gestite dall'azienda. La boutique per uomo, quella per la donna, Giglio In, con la moda giovane, Giglio Jeans, Giglio Piccolo e Emporio Armani. A queste si aggiungerà presto una settima insegna: uno spazio di 350 metri quadrati che verrà dedicato al prêt à porter di lusso.
Tra Giuseppe e Federico la suddivisione dei ruoli si è definita spontaneamente nel corso di questi ultimi anni. Al maggiore, Giuseppe, la responsabilità della gestione dei negozi, che occupano 65 dipendenti, a Federico, vero e proprio globe-trotter, il difficile compito di effettuare gli acquisti. Federico è entrato in azienda subito dopo la maturità poco più che diciottenne: il 28 di agosto, puntualmente dopo le vacanze estive. A ventidue anni si è laureato in Scienze Politiche, ma intanto faceva la gavetta in negozio. Oggi a 33 anni (il mese prossimo) è uno dei buyer più stimati a livello internazionale, corteggiato da stilisti e da giornalisti. Guadagnare la sua attenzione, conoscere il parere sulla collezione, oppure strappare un suo giudizio su una proposta azzardata fa gioco alle aziende e, alla stampa, fa scoop. Ma le responsabilità e il successo non ne hanno modificato l’indole da bravo ragazzo: Federico sa ancora dire di no sorridendo.
Come nasce un buyer capace di gestire gli acquisti per sei negozi e oltre un centinaio di marchi? Dalla gavetta, appunto. Quando sono entrato in azienda sono stato destinato al magazzino, come aiuto magazziniere. Poi sono passato al prezzaggio, dopo sono diventato aiuto commesso: non potevo intromettermi nella vendita, ma solo assistere, guardare, ascoltare e... piegare la merce. Poi finalmente sono stato promosso commesso: otto anni fa, quando è stato aperto l'Emporio Armani, mi è stata affidata la direzione del negozio, al quale poi si e aggiunto Giglio In. Da noi niente viene dato per scontato, i gradi debbono essere conquistati sul campo.
Quali sono state le difficoltà iniziali? La cosa che più mi premeva era cercare di essere all’altezza della situazione per non deludere mio padre. Ho cominciato da subito a girare con lui: ero la sua ombra, che parlasse con una commessa, con un direttore di banca, a una sfilata, a una cena con una persona importante. Dico "la sua ombra" perché in effetti non venivo mai interpellato: al contrario, se io mi azzardavo a suggerire il rosso, lui comprava il nero.
Quando sono iniziati i veri esami? Mi ricordo un momento preciso: siamo entrati da Versace, la venditrice ha invitato mio padre a sedersi al tavolo per scrivere gli ordini, come al solito, ma lui si è seduto in poltrona e ha aperto il giornale dicendo: "questa volta tocca a Federico". Il secondo passo è stato quando non ha più prenotato due posti sul volo Palermo-Milano, ma solo uno: da sei anni ormai mi lascia decidere da solo.
E le discussioni? Fin dal primo momento mio padre non ha interferito nelle mie scelte: ha preferito farmi sbagliare piuttosto che correggermi. Quando cominci a comprare la prima preoccupazione è cercare di non commettere errori. Michele mi ha insegnato che questo non è possibile: sbagliare è fisiologico. L'importante è cercare di farlo il meno possibile. In realtà all'inizio la preoccupazione è tale per cui sei superattento, non ti rilassi mai: quando poi prendi sicurezza e ti sembra che tutto funzioni, li allora cominciano i primi guai. E bisogna imparare a correggerli. Sono stato abituato al fatto che quando sorge qualche problema per prima cosa bisogna guardare in casa propria, discutere con i collaboratori, confrontarsi con i clienti. Certamente in questi quindici anni ho visto molte cose cambiare: mio padre lavorava con un foglio e una penna, io non posso fare a meno del computer.
Sei negozi con clienti diversi: dal bambino al giovane, dal jeans all'alta moda: come è possibile "targettare" una fascia così ampia ? Possiamo dire che abbracciamo tutta la famiglia o, più semplicemente, che ce li curiamo da piccoli! Abbiamo una mailing list con circa 3.000 nomi di clienti abituali, tutti appartenenti alla fascia alta. Una clientela esigente, ma da un certo punto di vista anche omogenea.
In pratica, che cosa è cambiato rispetto a quindici anni fa? Noi diciamo che quando un consumatore esce di casa alla mattina con la voglia di comprare un abito dobbiamo fornirgli un motivo perchè entri da Giglio e non da un altro. Negozi ce ne sono tanti! Rispetto al passato, oggi di stimoli ce ne vogliono molti di più. E’ fondamentale che il capo sia bello, realizzato bene, ma anche che dietro ci sia un marchio forte, con una sua storia. Quando vendi un oggetto a 2.000 euro devi dare anche poesia, sogno, soddisfare ambizioni. Ma per vendere emozioni bisogna essere preparatissimi. Tutto deve funzionare in maniera perfetta: il negozio, la vetrina; il commesso, il servizio, la sartoria a disposizione...Ogni desiderio del cliente deve essere soddisfatto e rapidamente.
E nel rapporto con i fornitori? Quando ho iniziato a lavorare acquistavamo poco da tanti fornitori, poi sei/sette anni fa, al contrario, molto da pochi. Oggi abbiamo iniziato un altro giro di boa, tagliando i nomi meno importanti per inserire continuamente nuovi designer e offrire nuovi stimoli alla clientela. Per fare questa ricerca non basta più Milano, Parigi, Londra o New York, ma è necessario andare anche a Firenze, a Berlino e in tutti quei posti dove, oltre alle sfilate e ai saloni, può nascere un incontro interessante.
Che cosa comporta il maggior rischio di rimanenza ? L'Alta Moda e, tra virgolette, "le nostre ricerche", cioè quelle proposte che sono troppo in anticipo sui tempi e che, in fondo, piacciono solo a me. Ma fa parte del gioco, fa parte dei miei costi e poi aiuta sempre la vetrina. Quando invece scegli la collezione di uno stilista importante cerchi di fare un mix, il vendibile ma anche capi estremi per rispettare l'immagine: la parte più difficile da vendere. E qui mi metto in gioco.
Non c'è troppo stress in tutto questo? Qualche volta c'è la tentazione di dividere il peso con qualcuno. Ma amo troppo il mio lavoro e sono convinto che riuscire ad avere una visione a 360 gradi mi consenta decisioni più rapide. In fondo non faccio altro che ripetere quello che ha sempre fatto mio padre, anche se i volumi ora sono più importanti. Ma su di lui ho un grande vantaggio: Giuseppe che vigila in azienda e Michele che assolve alla parte più delicata. Quella delle grandi decisioni.
GIGLIO A PALERMO Un po' di storia Il primo negozio Giglio apre a Palermo a Casa Professa nel 1920. II fondatore, Michele Giglio vendeva tutto ciò che poteva servire al sarto. A Michele succede il figlio Giuseppe che inizia la vendita di tessuti per abbigliamento. Negli anni Settanta il grande impulso arriva dal nipote che porta lo stesso nome del nonno, Michele, e che trasferisce la sede in piazza delle Croci.
Oggi sono sei i punti vendita dell'azienda: la Boutique Giglio Donna, la Boutique Giglio Uomo, Giglio In, Giglio In Jeans, Giglio In Piccolo e l’ Emporio Armani. La più importante per giro d'affari e dimensioni e la boutique Giglio In. disegnata da Carlo Scarpa e poi interamente ristrutturata nel 1990 dall'architetto Rocco Magnoli.che in seguito ha ripensato il layout di tutte le boutique Giglio. L'azienda occupa attualmente circa 65 dipendenti.
La famiglia è in prima linea: insieme a Michele e alla moglie Maria Teresa, i due figli, Giuseppe, 35 anni e Federico, 33 anni e"nonna Pina", oggi novantenne, che puntualmente tutte le mattine apre il negozio per bambini. Il Gruppo distribuisce circa cento marchi: il 90 per cento italiani, ma anche francesi, inglesi e americani. Malgrado il momento di mercato non brillante, presto in piazza Croci a Palermo si aprirà una nuova insegna Giglio: 350 metri quadrati da destinare al prêt à porter di lusso. L'inaugurazione è in programma entro la fine dell'anno. |
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