L’ala della Berta / The shearwater’s wing

L’ala della Berta / The shearwater’s wing
Isola di Capo Passero 36.6864° N, 15.1486°' E

Partire è un po’ partire.
Io decido di farlo su un’ala di Berta, di nuotare sopra le foreste, sott’acqua, di Poseidonia.

Il mio viaggio inizia come un sogno ad occhi aperti, per non perdere nulla, per guardare sulla superficie dell’acqua il movimento sfuocato delle alghe brune sui fondali. Vado lento.
È il vento che muove il kayak, mentre la pagaia è la colonna vertebrale che sorregge i miei sensi. Confusi, inebriati. Resto lucido. La terra che si sta avvicinando ha dei colori dentro. Devo allungare la mano e toccare. Provo caldo, freddo, sono le correnti che sputano l’acqua dentro al kayak. C’è la brezza e posso sentirla. Posso sentire ogni cosa intorno a me. Gli odori. I suoni. Il vento mi spinge ad Oriente, dentro le grotte scavate dal mare, dove la scogliera è alta e tormentata dall’incessante spinta dei frangenti.
Quest’isola è la parte irreale dell’esistenza e le grotte sono le mie cavità oscure.

Ho trovato una terra dentro ad un paradiso perduto.
Milton con i suoi occhi ciechi e io lì con una sola ala, cacciato dalla terra nel Paradiso.
Non c’è inizio né fine, qui è tutto fermo nella bellezza che sta per svanire. È un’immagine di un frammento, di una terra che è già isola, di una primavera che è già inverno. Ancora non la vedo tutta e già sento le urla dell’altra estremità, il soffio della tramontana, l’aspro dell’Africa.
Sento che oltre quei bordi drammatici tagliati dal vento, qualcosa mi aspetta. Forse l’inferno di anime costrette nei gabbiani che volano senza pace, dannate senza poterla mai raccontare perché la comprensione è fatta di parole tra denti e lingua.
Il suolo è compatto e rosso sangue, come se avesse piovuto per un tempo incomprensibile. Come se la pioggia avesse schiacciato la carne degli uomini che ci sono passati commettendo il peggiore dei peccati.

Ho sempre creduto che esistesse il bordo dell’esistenza da qualche parte, quel limite che fa perdere l’equilibrio, che concede l’ultimo dubbio e offre la scelta finale. La linea dove Inferno e Paradiso si incontrano.
È proprio qui. Sul sangue sorge un giardino botanico che pare aver preso tutta la bellezza dell’Eden di Matelda.
La vegetazione è bassa, rasa dal vento, inginocchiata in segno di riverenza verso qualcuno che ha deciso di farla quest’isola e di buttarci dentro tutte le paure. Di sentirsi solo. Perché è nella solitudine che nascono Gramigna e Gigli Marini. Nel dubbio la Salsola. Nel terrore la Spinaporci. Nell’indecisione l’Euforbia.
E la Scilla che con il suo veleno potrebbe uccidere tutte le Graie, nel rancore. Il Ravastrello Marittimo, la Salicornia, il Limonio Sinuato, il Finocchio Marino, chissà in quale sentimento perduto per sempre.
Certo è che le Palme Nane sono le madri di tutte le piante, quelle che sanno come sopravvivere se il mare volesse inghiottire le rocce. E ancora. Ancora. Fosse e uova, come uteri depositati a terra. Ovunque.
Su un’isola deserta così vicina agli uomini da esserci dentro.

Farmi isola, è stato accettare i miei limiti.
Farmi ala di Berta, è significato capire di poterli superare.
Ovunque si trovi un’isola.
Anche fosse sempre dentro di me.

Scritto Alessandra Lucca
Fotografia Alessandra Lucca
Traduzione Luca Di Giacomo

Giglio.com 0 0
Spedizione espressa + Reso Gratuito