L’angelo liberato

L’angelo liberato

Attribuiamo alla roccia caratteristiche ingiuste. Immobile, insensibile, immutabile, morta. E invece la roccia - che sia pietra o una qualunque delle sue forme ingannevoli e provvisorie - ha sempre in serbo mille sorprese per noi, esseri di carne. Carne molle, mobile, caduca, deperibile.
Le cave di Custonaci, in provincia di Trapani, sono la culla di un marmo che da secoli racconta la storia dell’umanità.
La pietra che narra della carne.

Il vate è lo scultore, l’unico artista che non inventa, ma libera. Pensate a Michelangelo che intravide un angelo prigioniero nel marmo e che scolpì incessantemente sino a dargli la libertà.
La scultura di par suo è l’unica arte che gode persino delle sue opere più incomplete, più sbilenche, più oltraggiate dal tempo e dagli uomini: soprattutto dagli uomini, dato che il tempo non risponde ai capricci della volontà ma alle onde del destino, che notoriamente non ha smanie di conquista, sopraffazione.

C’è una battuta di Chevy Chase che spiega tutto: “Parigi. Un vandalo irrompe nel Louvre e attacca due braccia alla Venere di Milo”.
Per troppo tempo una statua è stata considerata quella cosa in cui, in un museo, inciampi se fai due passi indietro per guardare un quadro. In realtà accarezzare la pietra col metallo è il miglior modo per darle un’anima. Che resiste al tempo anche se mutilata, che cresce col nostro pensiero di essa, che vive nel paradosso di restare immobile mentre in realtà vola, corre, respira, prega, lotta, persino muore raggiungendo l’eternità vietata a noi uomini.

Il meno che si possa chiedere a una scultura è che se ne stia ferma.
Il meno che si possa chiedere alla carne è di sminuire la pietra.

Giglio.com 0 0
Spedizione espressa + Reso Gratuito