L'arte dei murales di Palermo

L'arte dei murales di Palermo

Murales contro il degrado e le intolleranze, l’arte spalmata sui muri scrostati di Palermo

Religione e rivoluzione, simbolismo e ordinarietà. Se fossero quattro angoli, all’interno ci sarebbe il quadrato dell’arte. Anzi di un’arte specifica. Anzi di un’arte specifica in un posto specifico.
Murales.
Palermo.
Quartiere Albergheria, mercato Ballarò.
L’idea di un artista che figlia altre idee: il quadrato dell’arte che si arricchisce di mille altre forme. Sui muri scrostati di una città che resiste al tempo impolverandosi più che imbellettandosi, prende vita una narrazione che parte dalla materia cruda, cemento e vernice, e arriva a quella sottile, impalpabile: un pensiero che prende forma grazie alla fantasia di un illuminato.
Così il murale di San Benedetto il Moro, il santo nero compatrono di Palermo, di Igor Scalisi Palminteri oggi è il catalizzatore di good vibration in un quartiere dove l’integrazione è un pallone calciato ogni pomeriggio proprio in quelle contrade da bambini di ogni razza, figli di un’etnia che non ha colori ma necessità: campare, sopravvivere, sognare.

È proprio Scalisi Palminteri ad aver coinvolto qualche anno fa altri quattro artisti, tutti siciliani, in un’operazione in cui i colori diventano arma contro il degrado. Andrea Buglisi s’inventa un colibrì che sposta un masso, a testimonianza del fatto che il peso specifico è un problema degli umani e non dell’arte.

Alessandro Bazan proietta i suoi volti sullo schermo dell’ex arena Tukory e sembra suggerirci che non a caso la parola diversità fa rima con libertà.

Fulvio Di Piazza immagina sulla fiancata di un condominio popolare stile anni ’50 una tromba d’aria che trascina pesci, i pesci delle bancarelle di Ballarò, verso un cielo che non è l’opposto del loro mare, ma il suo perfetto completamento.

Angelo Crazyone omaggia Franco Franchi, il grande comico che amava Ballarò pur essendo della Vucciria, la cui maschera stralunata è riprodotta con la tecnica dello stencil, come se fosse pixellata tra una finestre e una grondaia alla fine di vicolo Gallo.

Accanto e intorno a questi murales, opere minori, quasi clandestine. Scorci di street art genuina nelle quali la tela ideale è il muro sbrecciato, e un condizionatore appeso in modo precario a due chiodi è un complemento di narrazione.

Ci si trova di tutto, dalla lisca di un pesce che sembra sorridere della sua sorte di ex vivente alle istruzioni su come macellare un bovino e ricavarne le frattaglie tipiche della tradizione culinaria siciliana.

Religione e rivoluzione, simbolismo e ordinarietà, appunto. In una meravigliosa confusione di intenzioni e messaggi.
Del resto, se il mondo fosse chiaro l’arte non avrebbe motivo di esistere.

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