La ribellione della bellezza

Il bello si nasconde spesso nei nostri pregiudizi, nel buio di un’illusione

Non salva dal dolore.
Non ci rende immortali.
Non fa arricchire.

La forza della bellezza
sta nel suo essere filtro,
schermo, luce accesa
contro le tenebre.

Persino il brutto può
essere reso meraviglioso
dalla bellezza:
un diavolo, un mostro

diventano incantevoli
se la mano che li
rappresenta è guidata
dalla bellezza del gesto.

La storia non è
mai riuscita a
risolvere i conti
con la bellezza.

Nel Medioevo si narrava
la bellezza di Dio,
che pure nessuno
ha mai conosciuto.

Nell’antica Grecia
la bellezza era
proporzione:
nell’arte scultorea

e nel suo raffronto al
modello umano. Oggi la
bellezza non è un
modello, ma un’idea di
esso.

Bello è il graffio sulla
tela, il bicchiere della
sbronza, persino il
raggio di sole

che filtra nella finestra
di un recluso
contemporaneo per
causa biologica.

La bellezza è l’attimo che si ribella allo scorrere del tempo.

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Per millenni l’umanità ha patito la fame, a tal punto che storicamente il grasso e le forme voluttuose erano considerati segni di salute e perfino di bellezza. Poi, quando anche i poveri sono diventati grassi, si è deciso che l’obesità era ormai, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità “crisi sanitaria globale”, nonostante il continuo allungarsi dell’attesa di vita riscontrato nell'ultimo mezzo secolo. È stato addirittura istituito un “World Obesity Day”, celebrato il 4 marzo. Come per molti altri allarmi simili, il “motore” della preoccupazione sono gli Usa, un paese dove l’obesità è fortemente presente. Si è anche identificato il colpevole: lo zucchero, soprattutto quello presente nelle bibite gassate. Di qui la soluzione preferita da quasi tutte le pubbliche amministrazioni: tassarlo per scoraggiarne il consumo. Risultato: il consumo si è ridotto in maniera irrisoria, ma in compenso un po’ di soldi sono entrati nelle casse governative.

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Secondo un sondaggio del Global Drug Survey il britannico medio si sarebbe ubriacato almeno 33 volte l’anno scorso. A scanso di equivoci, la definizione utilizzata per “sbronzo” era impietosa. Ai rispondenti è stato chiesto quante volte avessero bevuto così tanto da “avere le facoltà fisiche e mentali impedite al punto da vedere alterati l'equilibrio fisico e la capacità verbale, faticare a mettere in ordine i pensieri e mostrare comportamenti palesemente cambiati”. La frequenza con cui la popolazione del Regno Unito ha raggiunto questo stato nel 2020 è la più alta tra i 25 paesi compresi nella ricerca e oltre il doppio del tasso di ubriacature di un gruppo di paesi europei già tutt’altro che astemi: Polonia, Ungheria, Germania, Grecia, Spagna e Italia. Ma il dato più curioso riguarda il dopo: gli inglesi sono i meno inclini in assoluto a sentire il rimorso dopo una sbronza, il 31% (gli scozzesi sono al 33,8%). I colombiani invece, che hanno forse un altro rapporto con gli stimolanti, si vergognano della sbronza nell'88,3% dei casi.

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