In questo contesto si inseriscono progetti che condividono un approccio rigoroso ma aperto alla sperimentazione. È il caso di
Soshiotsuki, del designer giapponese
Soshio Otsuki, vincitore del
LVMH Prize 2025 e recentemente protagonista a
Pitti Uomo. La sua sartoria concettuale, costruita su proporzioni, tempo e gesto, dialoga con una ricerca più ampia che attraversa anche
August Barron, fondato da
Benjamin Barron e
Bror August Vestbø, dove il colore e i volumi intenzionalmente anti-anatomici diventano strumenti progettuali, e l’uso di materiali deadstock una scelta strutturale più che ideologica. Una simile attitudine alla decostruzione attraversa anche il lavoro della belga
Julie Kegels, che sovverte i codici del tailoring attraverso capi trasformabili, in cui fronte e retro raccontano storie diverse e il contrasto cromatico diventa parte integrante della narrazione. Più orientato al movimento è invece il linguaggio di
Tidjane Tall, che utilizza piume, frange e trasparenze per costruire silhouette dinamiche ed evocative, lontane da ogni idea di pura decorazione.
Altri designer lavorano invece sulla precisione del progetto e sulla relazione tra corpo e funzione. Con
Zane Li, fondatore di
Lii, la moda si fa geometrica e quasi architettonica, tra nylon, cotone e materiali tecnici reinterpretati con rigore.
Samanta Virginio esplora il confine tra maglieria ed eveningwear, trasformando il ricamo in struttura e la texture in linguaggio, mentre il progetto
Rùadh di
Jac Cameron dimostra come anche il denim possa diventare terreno di ricerca sartoriale, tra precisione costruttiva ed etica produttiva.
Su un piano più concettuale si muove
Gabriel Figueiredo con
De Pino, dove rigore couture e ironia convivono in una moda sensuale e genderless costruita su materiali di recupero, mentre
Camiel Fortgens chiude idealmente il quadro riflettendo sui comportamenti sociali attraverso capi volutamente “non finiti”, che mettono in discussione le convenzioni dell’abbigliamento contemporaneo.