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DESIGNER SPOTLIGHT

I designer da osservare nel 2026

23/01/2026

I designer da osservare nel 2026

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SS26 in anteprima: i temi che iniziano a emergere

Il 2026 si profila come un anno di assestamento solo in apparenza. In realtà, il sistema moda sta attraversando una delle sue fasi più mobili e interessanti degli ultimi anni, tra cambi di direzione creativa, nuove indipendenze e un’idea di lusso sempre meno monolitica.
Le narrazioni si moltiplicano, i codici si rimettono in discussione e il valore non risiede più nello spettacolo, ma nella coerenza di una visione.
È in questo contesto che alcuni designer, affermati o in piena ascesa, iniziano a delineare con chiarezza ciò che verrà. E non tanto imponendo tendenze, quanto suggerendo nuovi equilibri.

Il grande riassetto delle maison storiche

Negli ultimi mesi, una parte rilevante delle grandi maison ha attraversato un cambio di guida creativa che assomiglia più a una riallineatura che a una rivoluzione. Il gesto creativo si fa più consapevole, il prodotto torna centrale e il linguaggio si stratifica, privilegiando la rilettura dei codici rispetto allo spettacolo fine a sé stesso. È un momento in cui l’eredità non viene messa in discussione, ma rimessa in circolo, con un’attenzione crescente alla durata, alla materia e alla credibilità delle scelte progettuali.
Dentro questa cornice si collocano visioni diverse, accomunate però da un medesimo atteggiamento: lavorare sui fondamentali. Matthieu Blazy lo fa da Chanel alleggerendo i codici iconici (tweed, catene, accessori) e rendendoli più mobili e attuali; Pierpaolo Piccioli, dal suo ingresso nel maggio 2025 alla guida di Balenciaga, sceglie invece una strada più silenziosa, riportando l’attenzione su silhouette scultoree e rigore sartoriale. Su una linea affine, ma con una diversa tensione concettuale, si muove anche Jonathan Anderson da Dior, dove minimalismo e heritage dialogano senza nostalgia, trasformando capi simbolo come la giacca Bar in strumenti di sperimentazione controllata.
Questa stessa ricerca di equilibrio si riflette nelle direzioni che da più tempo stanno prendendo forma. Con Louise Trotter, Bottega Veneta consolida una visione fondata su tattilità e volumi fluidi, mentre l’arrivo di Jack McCollough e Lazaro Hernandez da Loewe introduce una sensibilità più pragmatica, capace di rendere il linguaggio del brand più accessibile senza semplificarlo. In questa traiettoria rientrano anche le scelte di Demna da Gucci, dove la provocazione resta centrale ma si innesta su codici riconoscibili. Direzioni diverse, ma tenute insieme dalla stessa esigenza ovvero costruire collezioni credibili, capaci di reggere il tempo e il quotidiano.

Le voci indipendenti che stanno cambiando il linguaggio

Accanto ai grandi nomi, è il panorama indipendente a offrire alcune delle sperimentazioni più interessanti. Qui il lavoro sul capo diventa spesso un atto di ricerca, tra costruzione, sostenibilità e nuove forme di espressione.
In questo contesto si inseriscono progetti che condividono un approccio rigoroso ma aperto alla sperimentazione. È il caso di Soshiotsuki, del designer giapponese Soshio Otsuki, vincitore del LVMH Prize 2025 e recentemente protagonista a Pitti Uomo. La sua sartoria concettuale, costruita su proporzioni, tempo e gesto, dialoga con una ricerca più ampia che attraversa anche August Barron, fondato da Benjamin Barron e Bror August Vestbø, dove il colore e i volumi intenzionalmente anti-anatomici diventano strumenti progettuali, e l’uso di materiali deadstock una scelta strutturale più che ideologica. Una simile attitudine alla decostruzione attraversa anche il lavoro della belga Julie Kegels, che sovverte i codici del tailoring attraverso capi trasformabili, in cui fronte e retro raccontano storie diverse e il contrasto cromatico diventa parte integrante della narrazione. Più orientato al movimento è invece il linguaggio di Tidjane Tall, che utilizza piume, frange e trasparenze per costruire silhouette dinamiche ed evocative, lontane da ogni idea di pura decorazione.
Altri designer lavorano invece sulla precisione del progetto e sulla relazione tra corpo e funzione. Con Zane Li, fondatore di Lii, la moda si fa geometrica e quasi architettonica, tra nylon, cotone e materiali tecnici reinterpretati con rigore. Samanta Virginio esplora il confine tra maglieria ed eveningwear, trasformando il ricamo in struttura e la texture in linguaggio, mentre il progetto Rùadh di Jac Cameron dimostra come anche il denim possa diventare terreno di ricerca sartoriale, tra precisione costruttiva ed etica produttiva.
Su un piano più concettuale si muove Gabriel Figueiredo con De Pino, dove rigore couture e ironia convivono in una moda sensuale e genderless costruita su materiali di recupero, mentre Camiel Fortgens chiude idealmente il quadro riflettendo sui comportamenti sociali attraverso capi volutamente “non finiti”, che mettono in discussione le convenzioni dell’abbigliamento contemporaneo.

Verso il 2026: tra identità, tecnologia e nuove priorità

Il quiet luxury perde progressivamente centralità, lasciando spazio a un’espressività più articolata, spesso guidata da una Gen Z che usa la moda come linguaggio culturale. Ironia, rarità e capacità di raccontare una visione diventano più rilevanti dell’ostentazione fine a sé stessa.
La sostenibilità entra nel progetto in modo più concreto e meno dichiarato. Cresce l’attenzione verso il second-hand di lusso e verso edizioni limitate pensate per durare, dove il valore si misura nella qualità dell’idea e nella sua tenuta nel tempo.
In questo contesto, i designer da osservare nel 2026 sono quelli capaci di muoversi con chiarezza in un sistema complesso, costruendo un linguaggio riconoscibile e coerente. Non necessariamente i più rumorosi, ma quelli in grado di dare forma a una visione solida, credibile e capace di reggere nel tempo.